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L'idea...
Lo scopo principale di questa iniziativa è quello di contribuire ad individuare e a demolire un mito iniziando dalla messa in luce dei suoi aspetti ridicoli.
Lavorando sulla tendenza all’imitazione di un modello forte (anche se triste e negativo) e persuasi con L. Sterne “… che un sorriso possa aggiungere un filo alla trama brevissima della vita”, con non violenta ma consapevole ironia vogliamo opporci alla dittatura del malcostume che inquina il nostro ambiente. Come i nonni consigliano di fare ai bambini spaventati dall’orco cattivo delle favole, vogliamo tentare di insegnare a “ridere in faccia al diavolo” per non nasconderci sotto le coperte. Perché, forse, il segreto della sua forza è nel nostro non voler vedere.

Per tanto abbiamo scelto la formula della barzelletta, considerando che:
- è adoperata con piacere dalla fascia d’età interessata al progetto;
- usa un linguaggio molto elementare e prossimo a quello dei discenti;
- si basa sempre sugli stessi canovacci e questi sono facilmente adattabili;
- è per antonomasia espressione dell’umorismo popolare (“ne uccide più la lingua…”)
- permette di riscoprire o scoprire (per i giovani) il vernacolo.
Le storie sono state selezionate tra le barzellette originali che denigrano “l’avversario del momento”, adattando di volta in volta personaggi e ambientazioni (vedi Ricetta).

Abbiamo tentato di trasformare l’energia creativa con cui viene offesa ogni tipo di differenza che genera le classiche barzellette razziste (contro il negro selvaggio, l’ebreo avaro, il terrone, o lo scemo di turno) orientandola verso un nuovo obiettivo.
Si è cercato di svelare il ridicolo non di un supposto essere inferiore ma di una serie di comportamenti (a)sociali. Sperando sia essa una forma di paradossale “razzismo educativo” perché mira a colpire non un determinato essere ma un determinato modo di essere.
Il tipo scelto a esempio di ridicolaggine assoluta è un irreale (?) “camorrista da barzelletta”. I mostri da “cancellare a colpi di matita” possono essere di tutte le età, d’ambo i sessi e d’ogni condizione economica.
L’infanzia è triste nella violenza, ma è ancora più violenta quando non sa d’essere triste.