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Pomigliano d'Arco com'era...

Pomigliano d'Arco, come molti dei paesi del nostro comprensorio, nasce da un accampamento romano; in quei tempi, dopo la seconda guerra Punica, l'egemonia di Roma sull'Italia si affermò ancora di più.

In quel periodo alcune terre comprese tra Nola e Napoli, furono usurpate da Q. Fabio Labeone, inviato del Senato romano per dirimere la questione tra le due città. In queste terre, come era d'uso dei romani, furono messi a guardia i coloni, che nella fattispecie erano i Marili, i Fabi, i Pomili, i Pacci, i Licini, l'imperatore Claudio, eresse gli archi laterizi dell'acquedotto, il quale partiva da Serino, per gettarsi poi nella "Piscina Mirabile" di Baia.

 In seguito alla caduta dell'impero romano, la Campania , e quindi anche le nostre terre, divennero terra di conquista da parte dei Barbari, dei Bizantini, ed infine i Longobardi completarono la rovina. In questo periodo (tra il VII e l'VIII secolo), queste terre, senza più cura, si trasformarono in pantani e laghetti, alimentati dalle acque che scendevano dai monti del nolano, erano invase dalle selve, e vi erano diversi boschi tra Acerra, Marigliano, la stessa Pacciano.

Le popolazioni vivevano in uno stato di miseria assoluta, con il passare dei secoli, dalla venuta dei romani, i loro bisogni si erano ridotti sempre di più, fino al minimo indispensabile. Vivevano in case (casae) con davanti uno spiazzo (cortis), ed erano homines che dipendevano da chiese, conventi, o da un signore, cui li legavano o prestazioni, o servizi personali; o erano tertiatores, che dovevano un terzo dei loro prodotti al padrone longobardo, un terzo a quello romano, ed un terzo per se; da ciò il modo di dire "parzunari", alterazione evidente di partionari.

C'erano poi gli hospites discendenti dei barbari, ed i servi della gleba; infine gli addetti ai fondi di proprietà pubblica o privata, che possedevano vitalizi o terre, ottenute spesso per pochissimo, erano in pratica uomini liberi. Con il passare del tempo, questi coloni, cominciarono a migliorare le loro condizioni di vita, aggregandosi in piccoli villaggi, che erano sparsi nella cosiddetta Liburia (Terra di Lavoro), che si estendeva da i monti dell'agro nolano, ed il "fossatum pubblicum" (gli attuali Casandrino, Grumo, Melito); questa fu anche l'origine di Pomigliano D'Arco.

I padri fondatori di Pomigliano D'Arco, si raccolsero nel luogo detto della gens Pomèlia, e perciò detto Pomelianum, intorno alla chiesa di S. Felice. Un secondo gruppo di case si raccolse intorno ad un'altra chiesa detta borgo S. Croce da ciò il nome del quartiere borgo; questo quartiere rappresenta il cuore dell'attuale rione Carmine. Ed è in questo luogo che si pensa fu edificato il monastero dei padri greci di S. Basilio. Nell'angolo a sud-ovest tra l'Appia ed il Sommese nacque l'attuale Pacciano, e per il fatto che si trovava lontano dalle maggiori arterie di comunicazione, si sviluppò di meno rispetto a Pomigliano, e fu prima suo casale, e poi frazione.

Ci sono altre possibili interpretazioni per l'appellativo Pomigliano: alcuni fanno risalire questa parola a Pompejanum, celebre villa di Cicerone, che in realtà si trova nel territorio di Pompei, e come si desume dallo stesso Cicerone, la villa era sul mare. Altri ricollegano Pomigliano a pomi e llano dallo spagnolo "pianura dei pomi", forti anche del fatto che in mezzo al mercato c'è una colonna con una cesta di pomi in marmo. Ma il paese non è per nulla famoso per la frutta, tanto meno nasce sotto la dominazione spagnola. Resta dunque più credibile la prima ipotesi. Per quanto riguarda Pacciano, esso non deriva certo da pace, in quanto lo si ritrova più volte scritto con 2 c, ed allo stesso modo è pronunciato dal popolo, non può quindi riferirsi alla pace che volgarmente si crede celebrata in questi luoghi con i francesi.

Anche in questo caso si fa riferimento alla gens Paccia di cui si ha notizia da iscrizioni riportate dal Mommsen. Per la seconda parte del nome di Pomigliano, non ci si può quindi riferire ad un "arco" eretto in memoria delle suddette immaginarie paci. In effetti fino al XVIII secolo, ere visibile in Pacciano, un arco, senz'altro un superstite dell'acquedotto Claudio, che riforniva la capitale. Per questo, durante il ducato napoletano, si indicavano i luoghi al di qua ed al di la del Somma, con foris arcora ed into arcora; per questo Pomigliano e Pacciano erano detti "foris arcora", a completarne l'ubicazione. Addirittura in certi cadi venivano detti solo ad arcora che si è poi trasformato nel tempo nell'attuale d'Arco.

Liberamente Tratto da "Cenni Storici di Pomigliano d'Arco" di "Salvatore Cantone"

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