"Scarpare" e "Cusuturi"
Un tempo Pomigliano era famosa per i suoi artigiani dell’abbigliamento i cosiddetti scarpai e cusuturi (calzolai e sarti).
I loro “negozi” oltre a essere piccole fabbriche erano anche scuole di apprendistato dove i ragazzi andavano per imparare un mestiere, come si diceva un tempo andavano a ‘o masto. Prima venivano impegnati in lavori di rassetto e pulizia degli arnesi per imparare a riconoscerli, poi iniziavano a eseguire i lavori più semplici fino ad essere assunti come lavoranti nella bottega.
L’apprendistato durava fino alla chiamata alle armi per il servizio militare, al congedo qualcuno apriva una propria bottega, altri tornavano a lavorare per il “masto” o in qualche altra piccola bottega.
Anche le ragazze lavoravano. Di solito facevano le “rivettatrici” per i calzolai e le “pantalonaie” per i sarti. Le rivettatrici cucivano, con macchina propria e a casa, la pelle di vitello o di capretto tagliata dal calzolaio in modo che poi egli potesse montare la tomaia sulla forma. I sarti, invece, tagliavano la stoffa data loro dal cliente e la consegnavano alla cazunara che, a casa, cuciva a macchina il pantalone.
Gli artigiani Pomiglianesi erano molto famosi per la loro bravura, infatti la loro clientela si estendeva anche alla città di Napoli. Avevano accordi con i negozi di Napoli, non con i privati. In questo modo i negozianti offrivano alla propria clientela “capi fatti a mano”.
Quando venne la guerra l’economia agricola e quella artigianale furono stravolte. Il dopoguerra fu ancora peggiore per gli artigiani pomiglianesi. In quel periodo, infatti, si diffuse la moda dell’usa e getta.
Oggi esiste ancora qualche vecchio artigiano che lavora “a taglie” cioè fa gli abiti su misura. Ma il suo è solo un secondo lavoro.